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Originale mostra sulla pittura americana del XX secolo a San Marino da gennaio a giugno prossimi i capolavori da Hopper a Warhol
Non si è mai fatta in Italia una mostra sulla pittura americana del XX secolo, che la analizzi e la percorra completamente. Solo, di tanto in tanto, qualche esposizione monografica. La rassegna di San Marino non ha ovviamente l'ambizione di tracciare questo percorso nella sua interezza, perché il numero di opere, una ventina, non lo consente. Ma si presenta comunque come la prima circostanza in cui, attraverso nomi celebri, la vicenda pittorica statunitense del Novecento viene almeno raccontata lungo tutto lo scorrere del secolo. "Da Hopper a Warhol. Pittura americana del XX secolo a San Marino", curata da Marco Goldin, è proposta a Palazzo SUMS dal 21 gennaio al 3 giugno (in parallelo alla grande mostra riminese "Da Vermeer a Kandinsky. Capolavori dai musei del mondo a Rimini"), per volontà della Fondazione San Marino Cassa di Risparmio - Sums, della Repubblica di San Marino, Segreteria di Stato per l'Istruzione e la Cultura e Segreteria di Stato per il turismo e lo Sport, da SUMS - Società Unione Mutuo Soccorso della Repubblica di San Marino e da Linea d'ombra, con il contributo di Gruppo SIT e Del Conca. L'esposizione prende in considerazione tutti i momenti fondamentali, a partire dal realismo di Edward Hopper da un lato e di Thomas Hart Benton dall'altro, fino all'esperienza così particolare di Giorgia O'Keeffe. Già da questi primi nomi si comprende come la partenza della rassegna sammarinese sia straordinaria, con il realismo adamantino e stordente di Hopper, la cosiddetta visione regionale di Benton e la secchezza in cui si mescolano descrizione e metafisica della O'Keeffe. A questa prima fase succede quella, indimenticabile, della grande astrazione americana. Divisa in mostra tra una parte più gestuale e una in cui il colore pare distendersi libero e indicare anche il senso della costruzione e della forma. Tutti i nomi più celebri vi sono compresi, a cominciare ovviamente da quello di Jackson Pollock, presente con due grandi tele, la prima del 1949 e la seconda del 1952. Poi ancora Franz Kline, con un grande dipinto del 1960, dunque il momento migliore del suo lavoro. Su un registro intermedio si giocano i quadri inclusi in mostra di un autore straordinario che lavora sul segno declinato nella grande superficie spesso quasi monocroma. E' dunque il caso di Arshile Gorky che più di altri ha saputo rendere il fascino di una scrittura che si mescola alla materia di un colore rappreso. E tutta di colore è fatta l'esperienza, anch'essa compresa nella mostra sammarinese, di Mark Rothko, Sam Francis e Morris Louis. Dai diversi punti di vista, insistono sulla meraviglia di una tessitura che si fa incanto, prospettiva e molto spesso silenzio. Ovviamente non può mancare una sosta attorno all'opera dei due più alti rappresentanti della Pop Art, Andy Warhol e Roy Lichtenstein, a cominciare da una celebre versione, del primo tra i due, di Jacqueline Kennedy (Jakie, 1964), dunque nel pieno del clima storico della Pop. La mostra infine si chiude con l'omaggio al maggiore pittore americano che si riconnette straordinariamente al realismo di Hopper. Si tratta di Andrew Wyeth, le cui facciate di case di provincia bianchissime nella luce del sole sono la quintessenza della visione ancora eroica della pittura. Ma l'ultima immagine sarà un grande quadro di Keith Haring, uno dei più celebrati artisti americani degli ultimi decenni. La mostra sammarinese si fa grazie al prezioso aiuto in termini di prestiti di poche, prestigiosissime realtà statunitensi: il Museum of Fine Arts di Boston, il Wadsworth Atheneum di Hartford, la Terra Foundation for American Art di Chicago, la Broad Art Foundation di Santa Monica e l'Adelson Gallery di New York. "Da Hopper a Warhol. Pittura americana del XX secolo a San Marino", Repubblica di San Marino, Palazzo SUMS, 21 gennaio - 3 giugno 2012: Orario: da lunedì a venerdì: 10 - 18; sabato e domenica: 10 - 19. Ingresso: intero euro 5, ridotti euro 3. Ulteriori sconti a chi visita anche le mostre organizzate da Linea d'ombra a Rimini ("Da Vermeer a Kandinsky. Capolavori dai musei del mondo a Rimini" ) e al Palazzo Ducale di Genova ("Van Gogh e il viaggio di Gauguin").

Al Marca di Catanzaro promossa dalla Provincia Aperta la Mostra di Enzo Cucchi per il progetto Transavanguardia italiana
Enzo Cucchi è il protagonista della nuova stagione espositiva al MARCA di Catanzaro. L'artista, tra le personalità più note in ambito internazionale, ha realizzato per il museo di Catanzaro un progetto del tutto inedito con oltre 50 opere fra dipinti, sculture e ceramiche degli ultimi tre anni che, all'interno di una narrazione polisemica, superano ogni distinzione di genere. La mostra, a cura di Achille Bonito Oliva e Alberto Fiz, rimarrà aperta sino al 1° aprile 2012 ed è promossa dalla Provincia di Catanzaro - Assessorato alla Cultura con il patrocinio della Regione Calabria, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Calabria e della Fondazione Rotella. L'iniziativa è accompagnata da un catalogo edito da Prearo con i saggi dei due curatori e una sezione dedicata all'allestimento del progetto al MARCA. L'esposizione dedicata a Enzo Cucchi rientra nel progetto sulla Transavanguardia italiana ideato e coordinato da Bonito Oliva in occasione dei 150° anniversario dell'Unità d'Italia che prevede il coinvolgimento del MARCA insieme ad altre importanti istituzioni. Accanto alla rassegna storica sulla Transavanguardia italiana a Palazzo Reale di Milano, vengono organizzate le personali dei cinque artisti che hanno dato vita al movimento con Sandro Chia all'ex Foro Boario di Modena, Nicola De Maria al Centro Pecci di Prato, Mimmo Paladino all'ex-Gil di Luigi Moretti a Roma e Francesco Clemente a Palazzo Sant'Elia di Palermo. La presenza di Cucchi al MARCA è stata fortemente voluta da Bonito Oliva e da Alberto Fiz. Proprio il direttore artistico del museo spiega la scelta: "Cucchi non è solo il protagonista di un'esperienza artistica che ha modificato radicalmente il rapporto con l'arte e la cultura superando ogni forma di retorica ideologica, ma è l'artefice di una ricerca dove l'immagine esprime la sua forza tellurica senza mai rinunciare al suo costante bisogno di meravigliare." Bonito Oliva sottolinea come "la visionarietà di Cucchi vada incontro ad un percorso nomadico, spesso imprevedibile, fatto di continui sconfinamenti e di disseminazioni in un terreno che coinvolge il sacro e il profano, la componente materiale e quella volatile, immateriale." Come afferma Wanda Ferro, Presidente della Provincia di Catanzaro, "è motivo di orgoglio che il MARCA prenda parte ad un progetto di così ampio significato. Questa è un'ulteriore conferma del ruolo di primo piano assunto dal museo in ambito nazionale. La transavanguardia e l'opera di Cucchi, in particolare, hanno avuto la capacità d'incidere profondamente sul nostro territorio sdoganando la pittura di molti giovani artisti." La mostra non si sviluppa secondo un percorso cronologico o tematico, ma come verifica costante di un processo che si determina nelle sale del museo in base ad una costante tensione emotiva evidenziata da un allestimento particolarmente sofisticato. Cucchi aggrega forme e materiali eterogenei uscendo da ogni forma di schematismo e lo spettatore viene accolto da Morsa, una grande composizione di quasi quattro metri sormontata da una rete metallica anch'essa dipinta che interferisce con la pittura sviluppando un'ipotesi costruttiva che prende le distanze da ogni forma di rappresentazione tradizionale potenziando l'autonomia dell'immagine. Poco più in là è esposto Robin Wood, una grande opera inedita di oltre tre metri che viene presentata al MARCA per la prima volta. In questa circostanza è possibile rintracciare l'immagine di Vincent Van Gogh in un contesto naturale dove il volto del maestro olandese, impigliato tra le fronde degli alberi, è un'apparizione quasi clandestina che sottolinea il significato mitico della pittura. Ciascun ambiente del museo viene reinterpretato in termini spaziali e architettonici e nella sala centrale si trova la Grande Porta, lamiera in metallo di oltre quattro metri dove si aggancia una serie di idoli in bronzo. "Sono sculture con le gambe che vanno in processione", afferma Cucchi che ancora una volta traghetta le immagini creando opere plastiche imprevedibili da appendere che esprimono un bisogno ancestrale e primitivo. Nelle sale del MARCA Cucchi sceglie d'intensificare l'immagine in un continuo rimescolamento dei generi dove le ceramiche (alcune nate in occasione di questa rassegna) appaiono reificate: gli elementi caratteristici della sua pittura si fanno presenza e s'identificano soggetti quali cani, galli, case, teschi, oltre ad architetture immaginarie come le Cattedrali, tutti inseriti all'interno di un'unica installazione. Il lavoro di Cucchi abbraccia la creazione nella sua totalità in una continua elaborazione e sovrapposizione di segni dove convivono suggestioni e ricordi differenti provenienti dalla storia dell'arte, dalle leggende, così come dalla cultura popolare. Attratto dalla sinergia tra elementi in apparenza inconciliabili, la ceramica si presenta sotto altre forme nella serie dei Quadri politici svizzeri esposta in quest'occasione che si possono osservare attraverso una particolare struttura a cannocchiale. In queste opere, dove viene messa in discussione il punto di vista dell'osservatore, la ceramica è parte integrante della pittura determinando uno scavalcamento prospettico che investe le due tecniche. Sono miniature preziose che si sviluppano come estensione della memoria permettendo che si affaccino visioni impreviste di paesaggi o di figure. Una mostra, dunque, dove Cucchi ha riorganizzato gli spazi del museo attraverso un progetto che apre nuovi interrogativi sul processo artistico e creativo. In quest'ottica va collocata anche Appunti di Pittura, una mostra che Enzo Cucchi, nella veste inedita di curatore, ha voluto realizzare insieme a Arianna Rosica nell'ambito del suo progetto proposto al MARCA. Dal 17 dicembre al 29 gennaio 2012 un piano del museo è dedicato ad una riflessione sull'attualità del mezzo pittorico attraverso l'esposizione collettiva di un gruppo di giovani artisti tra i più promettenti della scena nazionale scelti dai due curatori: Lorenza Boisi, Gianluca Di Pasquale, Ivan Malerba, Angelo Mosca, Pesce-Khete e Michele Tocca. Tra loro s'intrufola anche Cucchi con un suo dipinto. Lo scambio generazionale prosegue e la rassegna è accompagnata da una specifica pubblicazione con un lungo dialogo tra gli artisti e i curatori dove si tenta di rispondere alla domanda ineludibile e urgente: "Ma che cos'è la pittura?". Enzo Cucchi nasce a Morro d'Alba, un paese contadino nella provincia di Ancona, il 14 novembre 1949. Considerato l'artista più visionario tra gli esponenti della Transavanguardia, Cucchi ha, sin dagli anni Ottanta, un riconoscimento internazionale. Già dalla fine degli anni Settanta l'artista, trasferitosi a Roma, entra in contatto con gli artisti Francesco Clemente e Sandro Chia, con i quali instaura uno scambio dialettico ed intellettuale. La pittura è per Cucchi mezzo di aggregazione di forme, concetti, attraverso cui assorbire immagini e pensieri. La perdita delle coordinate spazio temporali e l'incursione continua nel territorio culturale e in quello delle emozioni, coincide con un uso personale dei colori, addensati, poi stirati, violenti, poi accennati, e con una sperimentazione ad ampio raggio delle tecniche artistiche, dalla pittura alla ceramica, dal mosaico, al bronzo. La sinergia tra le arti lo ha condotto a muoversi in ambiti differenti (dalle arti visive all'architettura, al design, alla moda). Così nascono le collaborazioni con Alessandro Mendini, Ettore Sottsass e Mario Botta. Negli ultimi anni, quattro opere permanenti sono state appositamente realizzate dall'artista per quattro diverse città: il mosaico per il Museum of Art di Tel Aviv, la ceramica monumentale per l'Ala Mazzoniana della Stazione Termini a Roma, i due lavori in ceramica per la Stazione Salvador Rosa, progettata da Mendini, nella metropolitana di Napoli e il mosaico per l'aula delle udienze del nuovo Palazzo di Giustizia di Pescara. Lavori che dimostrano come l'attualità di un linguaggio fondato sul cortocircuito tra forza narrativa del segno e seduzione formale della materia, possa rapportarsi con la complessità dello spazio urbano e con i singoli contesti culturali con i quali questo entra in comunicazione. Tra i lavori più significativi in questa direzione vanno citati gli affreschi della Cappella di Monte Tamaro, vicino a Lugano, progettata dall'architetto Mario Botta (1992 - 1994) e l'ideazione del sipario del teatro La Fenice di Senigallia (1996). Enzo Cucchi ha realizzato numerose mostre personali e ha preso parte a mostre collettive nei più importanti spazi espositivi italiani e stranieri come la Kunsthalle di Basilea, il Solomon R. Guggenheim di New York, la Tate Gallery di Londra, il Centre Georges Pompidou di Parigi, il Castello di Rivoli, Palazzo Reale di Milano, il Sezon Museum of Art di Tokyo, l'Accademia di Francia a Roma - Villa Medici, Il Musée d'art modern di Saint- Etienne Metropole, il Museo Correr di Venezia, la Triennale di Milano. Ha partecipato, inoltre, alle rassegne d'arte contemporanea più significative a livello internazionale tra cui la Biennale di Venezia e Documenta di Kassel. Le sue opere si trovano nelle maggiori collezioni museali del mondo e nelle più prestigiose collezioni private nazionali e internazionali.

La Banda Baader Meinhof al Masciari di Catanzaro
Stroncato dalla critica tedesca, amato dal pubblico che in Germania continua a garantire un notevole successo al botteghino. In Italia, il film scritto e prodotto da Bernd Eichinger e diretto da Uli Edel, sul gruppo terroristico tedesco degli anni Settanta guidati da Andreas Baader e Ulrike Meinhof, sembra non essere dispiaciuto alla stampa del Festival di Roma che, seppure divisa in giudizi non sempre convergenti tra di loro, pare aver apprezzato la lettura bilanciata dell’omonima opera di Stefan Aust, “Der Baader Meinhof Komplex”, tuttora considerato testo di riferimento sulla guerra decennale tra lo Stato tedesco e la Raf (dal ‘67 al ‘77). D’altronde, parlare della Raf (Rote Armee Fraktion) e quindi della banda Baader Meinhof, in Germania, è come ritornare sulla storia delle Brigate rosse in Italia. Ecco perché il film diretto da Uli Edel, terza parte di una personale trilogia della violenza (su sè stessi in, “Christiana F.”; sociale, in “Last exit to Brooklin”) politica qui, ha scosso le coscienze dei tedeschi riportando in vita i fantasmi di una stagione di violenza che fece vacillare l’allora Repubblica federale tedesca. E forse proprio da questo desiderio di trasgredire e di mostrare questa storia nella storia nasce l’idea di proiettare (venerdì prossimo, alle ore 20, al cinema teatro Masciari, in prima visione esclusiva - 5 euro in prevendita e 6 euro al botteghino -) questa pellicola (Bim distribuzione 2008) cruda e avvincente. Rompendo così lo schematismo stereotipato della grande catena di distribuzione cinematografica e ritornando con attenzione al cinema del reale, il cinema che trae spunto dalla società e si fa arte. Il film narra la storia (vera) dei tre leader del gruppo eversivo, ovvero Ulrike Meinhof (Martina Gedeck), Gudrun Ensslin (Johanna Wokalek) e Andreas Baader (Moritz Bleibtreu), alle prese con la loro missione impossibile. A fermarli ci penserà il capo delle forze dell’ordine (Bruno Ganz), un funzionario “illuminato”, che comprende la nobiltà dei sentimenti che muove la banda, ma non può che condannarne i metodi. Il film ricorda per impianto e struttura il “Romanzo criminale” di Michele Placido: muscolare e dinamico, meno interessato all’approfondimento di psicologie e intrecci, (rimane totalmente sullo sfondo la situazione politica interna della Germania, così come non viene quasi mai accennato il coinvolgimento dell’ex DDR in tutti quegli anni) interessato a mettere in mostra la sequenza dei fatti così come si sono svolti e per nulla intenzionato a propendere per una o per l’altra posizione. “Quel che mi ha spinto a realizzare un film di questo tipo - ha spiegato il regista - è stata la voglia di voler raccontare una sensazione, un sentimento, ed è ciò volevo trasmettere ai miei figli che oggi sono poco più che ventenni. Volevo che arrivassero loro le emozioni che io avevo da studente nel ‘68, anno in cui mi sono iscritto all’Università, durante il Congresso sul Vietnam e il discorso di Rudi Dutschke al Politecnico di Berlino. Nelle nuove generazioni, infatti – ha osservato Edel - non vedo più quella passione e quell’euforia che avevamo noi, spero in qualche modo di essere riuscito a far passare questa scintilla”. Antonio Argentieri Piuma

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