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Sperimentalista e realista al contempo: Laurie Anderson non ama definirsi “post-moderna”, e in effetti la sua “avanguardia” coinvolge i mezzi e i linguaggi di comunicazione, ma non i contenuti. Oltretutto è un’artista tanto poliedrica, che pare impossibile imbrigliarla tra etichette e definizioni. La sua é cronaca, attraverso innumerevoli racconti, note trance, electro, rock, ambient e mood, di un’America attuale più che mai. L’America di Obama, dell’11 settembre e delle paure che ha lasciato addosso, dei problemi irrisolti e dei grandi cartelloni pubblicitari, dei kamikaze e del crack finanziario, della campagna elettorale e dei bimbi grassi e malaticci. La sua America è quel grande circo su cui “fioccheggiando cade la neve”, un’America che ci coinvolge da vicino, anche se così lontana, e ci trascina nel suo vortice, proprio come lunedì sera. Sul palco del Politeama una geniale, fantascientifica, grande Laurie Anderson, “speaker motivazionale” di un’America che attraversa tempi tristi, ha coinvolto nel suo viaggio d’avanguardia, “Homeland”, la platea con una mise senza paragoni. E se poi lo special guest é nientemeno che suo marito Lou Reed, capace di far vibrare le corde del suo strumento e quelle della sua voce proprio come ai tempi dei Velvet Underground, la critica non può che essere positiva all’unisono. Ha i modi (e le vesti) da rocker Lou Reed, s’inchina timidamente al pubblico del teatro, ma è il pubblico in realtà a inchinarsi e tributare con un doveroso infinito applauso la grandezza dei coniugi Reed. Lo spettacolo, Homeland, primo appuntamento della rassegna voluta dalla Regione “Calabria palcoscenico”, direttore artistico Giancarlo Cauteruccio, è l’ultima e più tecnologica performance dell’artista. Un racconto sugli Usa, variegato e colorato, adattabile ad ogni paese lo si voglia portare in scena. Complice uno schermo e una buona traduzione dei testi, e soprattutto il fattore globalizzazione, nella terra di Homeland siamo proprio tutti sotto lo stesso cielo. Il cielo de “Gli uccelli” di Aristofane, così come lo spettacolo inizia, narrando la nascita della memoria, il cielo sempre azzurro, perfetto a modo suo, dopo il crollo delle Twin Towers. Il cielo della notte americana, la lunga quasi infinita notte americana, in cui affiorano le facce di Kierkegaard e Richard Nixon, direttamente dal cyberspazio. La scena è essenziale: giochi di luci e sfumature su campo bianco, fanno da contrasto al nero del fondale, e alle mille candele accese disposte in modo sparpagliato sulle tavole del palco. Nessuna proiezione video: l’alta tecnologia sta negli strumenti adoperati da Laurie Anderson, dal suo moderno prototipo di violino, dalle apparecchiature che distorcono la voce, fino a un fantasmagorico paio d’occhiali scuri che indossato permette di suonare col proprio corpo, semplicemente battendo i denti o battendo pugni sul capo. Canta da brividi, interpreta i suoi testi in maniera altrettanto emozionante, raggiunge l’apice Laurie nel duetto con Lou Reed, con “The lost art of conversation”, l’arte perduta della conversazione. Prestazione d’eccezione anche quella dei suoi fidi musicisti, Peter Scherer e Skuli Sverrisson. Uno spettacolo multimediale che si rifà al filone patriottico di ogni sua mise, ma in cui Laurie Anderson si serve della tecnologia per tratteggiare fasti e nefandezze di un’America che, ingiustamente a suo avviso, vorrebbe governare il mondo. Politeama in estasi, è rara la presenza in città di due artisti così grandi, e in un colpo solo. E pensare che hanno concesso anche il bis, con uno dei primi successi di Reed, e ancora la Anderson, ha regalato le note di un suo assolo, trasportando il pubblico in una dimensione quasi estatica. Il messaggio della Anderson a fine serata, è rimasto ben impresso: “veleggiamo attraverso questa vita effimera. Sbilanciati, cadiamo come luce, atterriamo sull’acqua, e l’acqua presto si trasforma in ghiaccio. E ogni cosa continua a mutare, in questa vita effimera”.
Anna Trapasso
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